
Pica Ciamarra, all’inaugurazione dell’Auditorium di Ravello 29 gennaio 2010
Ieri la Giunta INARCH ha deciso il formale riconoscimento di una targa a Mimmo De Masi. Ancora ieri un mare di polemiche, ma l’auditorium c’è.
Una dura polemica degli anni ’50 non consentì a Wright di costruire a Venezia. Dieci anni dopo, un’altra bagarre non fece realizzare l’Ospedale di Le Corbusier. I grandi architetti sono stati a lungo fuori dal nostro paese fin quando altri fattori, dalla fine degli anni ‘90 non hanno portato all’invasione delle cosiddette archistar.
Qui a Ravello però non vi è il prodotto di un’archistar, ma un contributo a un paesaggio straordinario che incarna la voglia di “cambiare questo mondo sbagliato”. Niemeyer esprime un mondo molto diverso da quello delle attuali archistar, imbevuto da rapporti con Le Corbusier, Malraux, Marchais, Amado e una lista infinita di letterati, storici, intellettuali, musicisti e calciatori.
Definisco questo Auditorium “opera giovanile” di un architetto centenario. Qui a Ravello Niemeyer affronta un tema per lui insolito. Non più grandi spazi e splendidi isolamenti, ma compressione dei luoghi e stretto inserimento in quel “paesaggio perfetto” con il quale Italia Nostra insultava la sola ipotesi d’intervento.
Niemeyer qui ha necessità di contemperare una forma pura, plastica e sinuosa – il suo credo di sempre – con giochi di relazione, immersione nel contesto, aperture di visuali. Quindi propone un’architettura che contribuisce a formare paesaggio, un “nuovo creato” per riprendere uno slogan felice.
Ancora una volta mostra di essere l’unico architetto capace di piegare l’astrattismo purista del razionalismo alla sinuosità barocca contemporanea. Certo le forme espressive di Zaha Hadid hanno radici in quelle di Niemeyer, ma Niemeyer è l’inverso di Hadid perché vede gli errori del suo tempo e usa la sua arte per cambiare la società, offrendo una speranza di bellezza ben sapendo che, come in antico, l’arte non ha come scopo la bellezza, ma la verità perché se il bello è la luce del vero, la verità è rivoluzione.
I suoi segni sono messaggi politici. Come un profeta Niemeyer annuncia “non è importante l’architettura, importante è la vita, importanti sono gli amici e la nostra voglia di cambiare questo mondo sbagliato”.
Da sempre Niemeyer punta all’identità paesaggio/architettura, architettura/struttura.
Le sue architetture vivono di meravigliose spazialità interne, ma – vicine alla pittura di Picasso o alle sculture di Moore – puntano a sorprendere, a destare meraviglia per il sapiente uso delle possibilità plastiche del cemento armato anticipate da Mendelsohn con la Torre Einstein a Postdam (anche se non tutti sanno che questo capolavoro dell’espressionismo in realtà è costruito con mattoni intonacati).
Splendida la risposta a una giornalista che gli chiedeva “Architetto, come si costruisce un arcobaleno ?” “con un po’ di cemento e tanta, tanta fantasia”.
Negli anni ’50 noi studenti andavamo in pellegrinaggio, all’Interbau di Berlino: Gropius, Le Corbusier, Aalto, Niemeyer diverse visioni culturali e conseguenti espressioni formali a confronto. Io però ero fra quelli attratti da altro. In Italia il Movimento Comunità di Olivetti diffondeva “Progettare per sopravvivere”, l’allarme di Neutra sulle questioni ambientali via via sempre più attuale.
A Säynätsalo Aalto aveva costruito il Municipio e affascinava per la sua capacità di comporre la contrapposizione fra l’architettura organica di Frank Loyd Wright e il razionalismo -“les machines à habiter”- di Le Corbusier. Era il periodo in cui si dissolvevano i CIAM e prendevano corpo le tesi del Team X, quelli che Le Corbusier definì “i suoi nemici”.
Confesso un peccato di gioventù. Su “Planète” – la rivista diretta da Louis Pauwels sulla quale si discuteva di scienza e fantascienza, futuro, sociologia, etologia, etnologia – antesignana quindi di ampi spettri interdisciplinari – pubblicai un duro commento su Brasilia: “Due città morte ed una rifiutata”. Peccato (veniale) – non perché non senta ancora estraneo l’impianto classicista di Lucio Costa, una forma preordinata ispirata all’aereo che atterra nella foresta – ma perché ridussi l’esame a logiche urbanistiche, mentre l’architettura ha significati che travalicano le sue forme.
A Brasilia Niemeyer concretizza una visione utopica. Kubitschek – amico dall’epoca del “complesso Pampulha” a Belo Horizonte – presidente del Brasile, intuisce il significato politico ed economico di spostare la Capitale nelle aree interne del paese. Certo in quel periodo vi erano anche altre tensioni verso l’utopia: Yona Friedman, il gruppo Metabolism poi gli Archigram. Il progetto di Le Corbusier per Chandigarh precede quello di Brasilia dove Costa e Niemeyer fanno evolvere le teorie corbusiane.
Brasilia incarna un’ideologia socialista. Nell’idea originaria ministri e persone comuni dovevano condividere gli stessi edifici, principio poi dimenticato. Certo Kubitschek non poteva sapere della risposta del Pandit Nehru a Corbu che gli chiede come deve essere la sua casa a Chandigarh: “in una democrazia, la casa del Primo Ministro e quella di un comune cittadino non hanno differenze”.
Ma Le Corbusier, amico e maestro di Niemeyer, gli avrà certamente raccontato di questo insegnamento indiano da trasfondere nei cuadros di Brasilia, unica opera del XX secolo inserita 30 anni fa dall’UNESCO nel patrimonio mondiale dell’umanità Brasilia è la città dell’automobile, dei grandi spazi, una città non nata per i pedoni e con ricerche plastiche e figurative che inverano l’antitesi del Team X
- Park Hill a Sheffield o il Golden Lane, di Alison e Peter Smithson
- Toulose-Le-Mirail, di Candilis-Josic-Woods
- Il Lijbaan a Rotterdam, di Bakema e Van den Broek
- I complessi a Urbino di Giancarlo De Carlo
- Lo sconvolgente ampliamento della Freie Universität a Berlino di recente ulteriormente reinterpretata da Norman Foster.
Con i magici apporti strutturali di Cardozo – di Sussekind gli ottimi supporti qui a Ravello – le architetture di Niemeyer, libere dall’ortodossia razionalista,
- sono meravigliose sculture plastiche
- esprimono gioia di vita
- si affrancano dallo slogan “la forma segue la funzione” o dall’imperativo che vuole la facciata di un edificio corrispondente al suo interno
- testimoniano un razionalismo splendidamente irrazionale
Malgrado l’apparente autonomia, (non in questo auditorium) questi gli oggetti rappresentativi dei temi collettivi formano il paesaggio. Se qui a Ravello oggi gli chiedessimo “Architetto come si costruisce un paesaggio?” credo risponderebbe “con un po’ di cemento e tanta, tanta fantasia”.
